Quel che conta è un buon inizio: avviare una relazione positiva con alunni, famiglie e colleghi

back-to-school-1622789_640L’inizio dell’anno scolastico è un momento delicato eppure spesso nella realtà è anche quello contrassegnato da maggiore incertezza e precarietà, con insegnanti di sostegno che ricevono la nomina quando le lezioni sono già iniziate da un pezzo e magari non sono neanche sicuri di rimanere su quella cattedra per tutto l’anno. Abituarsi ad un nuovo insegnante, imparare a conoscerlo ed instaurare quel rapporto così speciale di fiducia e collaborazione non è un processo immediato e facile per nessun alunno, ma in particolare non lo è per un bambino con disabilità che frequenta la scuola dell’infanzia. I genitori lo sanno e vivono questa fase con particolare apprensione, domandandosi se sia giusto un sistema di reclutamento degli insegnanti che di fatto non tiene conto delle esigenze di continuità didattica ed affettiva dei loro figli. Fatta eccezione per quei rari casi in cui il cambiamento è un’opportunità per migliorare una situazione non proprio soddisfacente questo avvicendarsi di figure è quasi sempre vissuto negativamente. Di sicuro è una fonte di destabilizzazione emotiva. Dal punto di vista didattico ed educativo è un percorso che si interrompe e anche se non ricomincia da capo, di sicuro è difficile che riprenda da dove si era fermato prima dell’estate. Nuovi insegnanti vuol dire spesso nuovi approcci educativi, nuove modalità di interazione e, per alunni che seguono programmi specifici come nel caso dell’ABA, necessità di seguire un percorso di formazione qualora essi non siano sufficientemente preparati. Purtroppo la soluzione a questo problema è ancora lontana dall’essere trovata. In questo post tuttavia non intendo entrare nel dibattito sul reclutamento degli insegnanti di sostegno (magari lo farò in seguito). Vorrei invece occuparmi di quella fase iniziale di conoscenza reciproca nei primi giorni di scuola che abbiamo detto essere così delicata ed importante e di come noi insegnanti possiamo, nonostante le difficoltà e le incertezze, affrontarla al meglio per costruire un rapporto collaborativo con l’alunno.

Come presentarsi al bambino e ai suoi genitori? Cosa fare e cosa evitare? Cosa osservare? Come proporre nuove attività? Ogni insegnante di sostegno all’inizio dell’anno scolastico si pone queste domande.  Nessuno parte sapendo già cosa fare: sono troppe le incognite con le quali fare i conti prima di mettere in piedi un minimo di pianificazione.

Se siamo fortunati e abbiamo preso servizio qualche giorno prima dell’inizio delle lezioni, per prima cosa ovviamente esaminiamo la documentazione disponibile: diagnosi funzionale, PDF, PEI degli anni precedenti (se disponibili) ed altri eventuali documenti. Magari, se ne abbiamo l’opportunità, parliamo con i colleghi e con la famiglia per avere qualche informazione in più sul bambino.

Poi finalmente, il primo giorno di scuola, l’incontro: cerchiamo di essere il più possibile sorridenti e disponibili, ma non basta. Capiamo fon da subito che per conquistarci la sua fiducia ci vuole ben altro.

Usando le giuste modalità, rispettose dei bambini con bisogni educativi speciali, cerchiamo di far capire (piuttosto che dire) le ragioni della nostra presenza in classe. Noi siamo lì per un motivo ben preciso, che non è tanto “per chi”, ma “per cosa”. Abbiamo delle conoscenze specifiche e sappiamo metterle in pratica per facilitare il percorso di apprendimento di tutti i bambini, ma in particolare quelli che presentano delle oggettive difficoltà. Bisogna che il messaggio venga recepito dagli adulti (genitori e colleghi), che dovranno collaborare per la riuscita di un progetto comune, ma anche dai bambini. Alcuni di loro non accettano facilmente di essere affiancati da un adulto che li aiuti perché li fa sentire diversi dal resto dei compagni. Altri invece, all’opposto, tendono ad instaurare un rapporto di dipendenza dall’adulto di riferimento e faticano a svolgere qualunque compito in autonomia. La calibrazione tra questi due estremi è un processo che può richiedere anche diverse settimane o mesi.

Attenzione nei primi giorni a ridurre al minimo le richieste: il bambino ci identifica con la persona con la quale “si lavora”. Appena entriamo in classe ci saluta con un bel “NO!” e scappa via oppure semplicemente ci ignora non ricambiando il nostro caloroso saluto. A volte può presentare anche aggressività nei nostri confronti. Altre può pretendere di fare solo determinate attività particolarmente gradite, rifiutando le altre proposte e cercando costantemente di manipolare il setting.

Una corretta impostazione del lavoro all’inizio è fondamentale per perseguire i nostri obiettivi. Anche se in molti casi è possibile avviare una relazione positiva grazie al buonsenso e alla pazienza è utile conoscere alcune modalità operative consolidate. Non accontentiamoci di essere semplicemente accettati, facciamo in modo di assicurarci il grado massimo di collaborazione da parte degli alunni e, quindi, dei colleghi e dei genitori che renderemo partecipi dei nostri risultati.

La prima cosa da fare, soprattutto nei bambini con disabilità intellettiva grave ma anche con gli altri, è associare noi stessi a qualcosa di altamente rinforzante per il bambino (quello che in scienza comportamentale viene definito pairing). Durante le prime interazioni bisogna  cercare di proporre molte attività gradite ed essere al contempo molto cauti nelle richieste. Questo non vuol dire assecondarli in tutto, ma semplicemente proporsi come una compagnia piacevole e piena di risorse in grado di catturare e tenere vivo l’interesse.

Con stimulus preference assessment si intende un insieme di procedure volte a creare un inventario dei rinforzatori da utilizzare sia nella fase di pairing che nelle successive sessioni di apprendimento. Per rinforzatori intendiamo tutti quegli stimoli che sono motivanti per il bambino, che saranno in grado cioè, in situazioni di apprendimento, di aumentare la frequenza di un comportamento grazie alla loro somministrazione contingente alla sua comparsa. ad esempio se quando il bambino piange gli viene offerto un biscottino o viene preso in braccio, egli imparerà ad associare il pianto ad una conseguenza piacevole (rinforzatore), vale a dire il biscotto o l’essere preso in braccio, ed è probabile che in futuro piangerà con maggiore frequenza, almeno finché è motivato a ricevere quel tipo di gratificazione. se quando il bambino rimane seduto al proprio posto gli viene concesso di giocare per qualche minuto con il suo gioco preferito, è probabile che in seguito manifesterà quel comportamento e resterà più a lungo seduto. Dunque sia i comportamenti desiderabili che quelli non desiderabili possono essere rinforzati. Un rinforzatore può essere tangibile come un oggetto o del cibo, ma anche immateriale come un contatto piacevole, un’attività gradita o la semplice attenzione sociale. Alcuni esempi di rinforzatori tangibili sono patatine, caramelle, piccoli gadget, figurine; attività gradite possono essere fare le bolle di sapone, giocare con la palla, il tablet, guardare un cartone; i rinforzatori sociali sono il ricevere attenzione, manifestazioni di approvazione e affetto, complimenti… Molto importante è che i rinforzatori abbiano disponibilità limitata per quantità (tangibili) e durata nel tempo (non tangibili) e che noi ne controlliamo l’accesso da parte del bambino. Sarebbe preferibile utilizzare rinforzatori cosiddetti “naturali”, cioè quelli che in un contesto non strutturato sono normalmente disponibili come l’attenzione sociale o attività gradite, ma soprattutto nel caso di bambini con grave disabilità non è escluso l’utilizzo, almeno in fase iniziale, di rinforzatori più “artificiali” come del cibo o dei piccoli regalini, naturalmente nei limiti di ciò che non nuoce al bambino e neanche al nostro portafogli. Occorrerà quindi concordare con gli altri adulti che si occupano del bambino le tipologie di rinforzatori che conviene utilizzare.

Ogni bambino è diverso dall’altro e gli stimoli che fungono da rinforzatori per uno non è detto che funzionino per l’altro e comunque non allo stesso modo. Possiamo capirlo osservando direttamente il suo comportamento spontaneo nei primi giorni di scuola, annotando tutte le occasioni in cui mostra preferenze per qualcosa o in cui è possibile rilevare lo scopo che tenta di raggiungere. Dovremmo inoltre chiedere agli adulti che lo conoscono meglio (colleghi, genitori, educatori) di farci un elenco dei rinforzatori che funzionano a casa e a scuola (possibilmente facendo una classifica, dal più gradito al meno gradito). Questa ricognizione in realtà non va fatta solo all’inizio dell’anno, perché le preferenze del bambino possono cambiare e inoltre dopo un certo numero di volte in cui si utilizza un rinforzatore, questo perde la sua efficacia nel motivare il bambino (saziazione).

Una volta completato l’inventario dovremmo fare in modo di poter dispensare i rinforzatori con una certa frequenza e, per le finalità di pairing, di riservarci, almeno per un certo periodo di tempo, una sorta di esclusiva almeno per alcuni di essi. Il bambino dovrà associare noi al rinforzo, dovrà capire che se collabora con noi otterrà sempre qualcosa di desiderabile. Quindi rinforzeremo semplicemente il fatto che lui si sia avvicinato a noi, che ci abbia rivolto la sua attenzione, che abbia accettato qualcosa da noi. Se noi siamo il rinforzo, anche ciò che insegniamo lo diventerà. Come facciamo a sapere che questa magia è avvenuta? Osservare come il bambino risponde e registrarlo giorno per giorno su una griglia è senz’altro il modo migliore per tenere sotto controllo l’intero processo ed evitare interpretazioni errate. Esistono già delle griglie disponibili on line, come questa pubblicata sul sito dell’Associazione Pane e Cioccolata, di cui utilizzeremo la prima colonna relativa al pairing con gli adulti. Se il bambino accetta oggetti e il contatto fisico, si avvicina spontaneamente a noi, fa richieste durante un gioco, è collaborativo ovviamente siamo sulla buona strada.

Dobbiamo stare attenti a non rinforzare comportamenti indesiderati o di evitamento, ed esempio rincorrendo l’alunno per l’aula, dandogli attenzione con il rimprovero quando fa qualcosa che non dovrebbe, giocando al rialzo offrendo rinforzi sempre più appetibili quando vediamo che il primo tentativo non è andato a buon fine. Nella scelta dei rinforzatori e delle modalità di erogazione teniamo sempre conto del livello di sviluppo cognitivo del bambino, della sua età e della sua personalità.

Non dimentichiamo infine che non possiamo sempre vivere di rendita: anche ad anno scolastico inoltrato, quando ormai avremo instaurato una relazione positiva con l’alunno, è bene ogni tanto gratificare il bambino senza chiedergli nulla “in cambio”, fargli capire che noi saremo sempre al suo fianco anche quando è stanco o non ha voglia di svolgere le solite attività. Con noi non deve mai sentirsi giudicato e deve sapere di poter sbagliare tutte le volte che vuole.

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