L’alleanza educativa: come comunicare efficacemente con la famiglia

genitori

Quando arriva per un genitore il momento di iscrivere il proprio figlio a scuola sono sempre tante le domande che si pone: incontrerà dei bravi insegnanti? Troverà degli amici? Si adatterà alle abitudini di un ambiente diverso? Ne comprenderà e accetterà le regole? Si distaccherà facilmente da noi? Saprà comunicare i suoi bisogni? Si sentirà accolto dal gruppo? Ogni genitore ha vissuto questo momento con un certo grado di “speciale attenzione” che può variare da una serena curiosità per la novità ad autentica apprensione. A determinarlo sono tante variabili: personalità e attitudini del genitore, caratteristiche del nuovo ambiente scolastico e grado di conoscenza che il genitore ha di esso, comportamento del bambino. Di sicuro per i genitori di un bambino con disabilità o problematiche di qualsiasi altro genere l’inserimento a scuola è sempre una fase molto delicata e accompagnata da maggiori ansie e timori che vanno affrontati e gestiti insieme.

Non tutti i genitori mostrano allo stesso modo il desiderio di stabilire una collaborazione con il personale docente e educativo. Vi sono quelli che il primo giorno di scuola ci tengono a raccontare ogni dettaglio della vita del figlio fino a quel momento e altri che invece non amano dare troppe informazioni che considerano appartenenti alla sfera privata.

E gli insegnanti? I primi giorni di scuola sono sempre molto impegnativi, specie nella scuola dell’infanzia, proprio perché occorre fronteggiare le “crisi” dei bambini che non si distaccano facilmente dal genitore e allo stesso tempo creare un clima positivo con i bambini più grandicelli o che non mostrano queste difficoltà. Proprio per questo motivo potrebbero non dedicare sufficiente cura alle modalità di comunicazione con i genitori qualora vengano riscontrati dei comportamenti anomali e si potrebbe dare luogo a fraintendimenti e prese di posizione che non aiutano l’instaurarsi di una relazione positiva né del bambino né dei genitori con la scuola.

Fermo restando che nella maggior parte dei casi in cui i bambini presentano comportamenti problematici vi è, da parte della famiglia, la volontà di lavorare insieme per modificarli, non si può negare l’esistenza di una percentuale minore di casi in cui il processo di coinvolgimento e di condivisione di un percorso richiede più tempo e magari l’impiego di strategie e strumenti mirati.

Anche se non esiste una ricetta vincente in questo campo vi sono alcuni principi-guida che occorrerebbe tenere sempre a mente nel momento in cui si incontra il genitore del bambino.

Il primo è senz’altro l’empatia: non possiamo pensare di comunicare adeguatamente ed ottenere collaborazione se prima non ci mettiamo nei panni del genitore e se non ci sforziamo di comprendere non soltanto il suo punto di vista, ma anche la sua storia ed in particolare le eventuali difficoltà pregresse che possano aver influenzato lo sviluppo affettivo e sociale del bambino all’interno di quel nucleo familiare. Non si tratta di individuare le responsabilità o peggio di colpevolizzare qualcuno, anzi è esattamente l’opposto. Avere sempre un atteggiamento non giudicante, pur nella necessaria esplicitazione di quali siano gli obiettivi da perseguire e le finalità educative del percorso scolastico, ma neppure distaccato, mostrando di comprendere le difficoltà quotidiane nel gestire un dato comportamento e i vissuti emotivi che le accompagnano, aiuta i genitori ad aprirsi e fidarsi dell’insegnante e a sentirsi esperti “alla pari” che insieme a lui (o lei) possono ottenere dei risultati lavorando insieme. Molti genitori non si sentono all’altezza del proprio compito. Tocca a noi aiutarli a sentirsi “genitori competenti” e a costruire con i figli quei legami così importanti e complessi che influenzeranno tutto l’arco del loro sviluppo.

Nel caso in cui il comportamento del bambino sia particolarmente difficile da gestire anche a casa, come ad esempio per i bambini con un disturbo dello spettro autistico, esiste la possibilità di strutturare con la collaborazione di esperti dei percorsi di parent training. Questi si articolano in vari moduli volti ad incrementare le abilità genitoriali e le loro conoscenze sullo sviluppo psicologico del bambino. Se è presente una patologia accertata che influisce in modo importante sulla sfera relazionale e sociale spieghiamo loro quali sono i suoi elementi caratterizzanti. Se il bambino ha bisogno di strategie particolari per apprendere li si aiuta a capire come funziona e dove si possono reperire risorse, strumenti, ausili in grado di facilitarli. I corsi servono inoltre ad acquisire competenze più generali come la capacità  organizzative e di problem solving e ad accrescere la fiducia nelle proprie capacità.

Il secondo principio è la chiarezza: avere tatto e sensibilità non vuol dire rinunciare a dire le cose come stanno, a procrastinare il momento del confronto o peggio a fare inutili giri di parole. Descrivere con puntualità un comportamento ritenuto disfunzionale, evitando di esprimere giudizi personali, è fondamentale se si vuole che il genitore comprenda la situazione attuale e gli obiettivi a cui vogliamo arrivare.

Il terzo, che forse include i primi due, è l’assertività, che si esplicita nella non facile arte di affermare le proprie opinioni senza prevaricare o ferire l’altro, ma anche senza cercarne a tutti i costi l’approvazione. Essere assertivi vuol dire essere determinati nell’esprimere le proprie idee e fare in modo che vengano rispettate e al tempo stesso che anche l’altro si senta rispettato, il tutto grazie ad una comunicazione efficace ed adeguata al contesto. Niente aggressività dunque ma neanche passività o accondiscendenza.

La disponibilità all’ascolto fa da corollario all’assertività: il genitore deve percepire la nostra apertura al dialogo, deve poter contare sulla nostra attenzione, avendo però chiaro il nostro ruolo. Non possiamo sostituirci allo psicologo o all’assistente sociale: a ciascuno la sua professione. Qualora però emerga da parte dei genitori l’esigenza di parlare con qualcuno dei propri problemi familiari possiamo cercare di indirizzarli verso una consulenza con altre figure professionali, magari presenti nell’équipe psicopedagogica che già opera nella scuola. La stessa équipe potrebbe inoltre essere un autorevole riferimento super partes da coinvolgere per l’osservazione e la gestione delle problematiche all’interno della classe in cui l’alunno è inserito.

Piuttosto che mettere sul tavolo valutazioni iniziali delle competenze in possesso del bambino, effettuate magari attraverso strumenti normativi quali test o checklist preconfezionate (cosa che è comunque importante fare per pianificare il nostro lavoro, specie se non è stato fatto un assessment approfondito presso la ASL, ma che per il momento terremo per noi), sarà utile documentare il percorso che stiamo facendo con la classe e con il bambino in particolare. Raccogliamo dati, aiutandoci magari con griglie e schemi costruiti ad hoc per quel bambino, facili da interpretare a colpo d’occhio, che raccontino cosa ha fatto il bambino a scuola, quante volte ha manifestato un dato comportamento e in quali circostanze. Si può costruire una scheda scuola-famiglia o “diario di bordo” che permetta di comunicare con elevata frequenza con la famiglia senza dover per forza attendere ogni volta l’occasione di un colloquio. Per evitare che venga percepito come un’inutile perdita di tempo lo strumento, prima di essere utilizzato, deve essere concordato con i genitori. Si può anche valutare l’opportunità di predisporre un diario di bordo bidirezionale, che non serva solo per comunicazioni scuola-famiglia ma anche ad uso dei genitori, per informare la scuola su come il bambino si è comportato a casa.

Infine non dimentichiamo di sottolineare gli aspetti positivi e di festeggiare insieme ogni piccolo passo in avanti. I genitori vanno motivati a svolgere il proprio compito al meglio, dunque hanno bisogno, come tutti, di ricevere dei feedback di incoraggiamento che indichino loro che stanno investendo bene le proprie energie. Hanno bisogno di sapere inoltre che noi conosciamo le abilità e i punti di forza del loro figlio e crediamo nelle sue potenzialità. Aiutiamoli a liberarsi dei pensieri disfunzionali: “non sarà mai come gli altri bambini”; “è inutile, tanto non mi ascolta”; “non so cosa fare” e a sostituirli con pensieri propositivi, legati ad azioni concrete finalizzate al cambiamento.

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